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SUPERCIUK il supereroe di Industry 4.0!

By 10 Dicembre 2017 Maggio 2nd, 2018 No Comments

SUPERCIUK il supereroe di Industry 4.0!Blog4217

La fiatata alcolica del “super-ammortamento”…
La sbornia dell’ultimo gadget tecnologico…
Segui il consiglio “alcolico” dell’esperto di finanziamenti che ti farà proposte e offrirà il preziosissimo pacchetto “vacanze”, all inclusive…!
Investi ed entra nel magico mondo di Industry 4.0.
Tuo sarà il mercato.
I clienti ti correranno incontro, capelli al vento, in coda, desiderosi di comprare i tuoi prodotti.
Potrai finalmente sbaragliare la concorrenza e risolvere i problemi di personale, eliminandolo e digitalizzando tutto.
L’efficienza, l’innovazione e il successo sono lì, a portata di click!
Devi solo seguire i consigli del super consulente: Superciuk, il supereroe di Industry 4.0!

Superciuk è l’alter ego di Ezechiele Bluff. Nella vita quotidiana è uno spazzino squattrinato, irascibile e dedito all’alcol. In seguito all’esplosione di una distilleria, però, ha acquistato un temibile superpotere: una fiatata alcolica dall’odore nauseante che gli consente di mettere fuori combattimento qualsiasi avversario. Sfruttando questa caratteristica, che alimenta con le continue bevute di cattivo barbera e vini meno nobili, Superciuk indossa un costume (composto di maschera, mantellina, fiasco, palloncino per volare e un corsetto che rende irriconoscibile la sua altrimenti pingue figura) e imbocca la via del crimine.
(…) Il personaggio di Superciuk è un antieroe concepito come il negativo di Robin Hood: egli ruba ai poveri per dare ai ricchi. Persegue in realtà un vero e proprio ideale: nel suo lavoro di netturbino s’imbatte infatti sovente in un’umanità miserevole, poco attenta all’igiene, laddove i ricchi sono a suo dire educati e rispettosi della pulizia delle strade.
(Wikipedia)

Già… come resistere al fascino dell’ultimo robot o dell’ultima linea automatica, con tanto di computer, o della digitalizzazione (selvaggia) di tutta la documentazione e dei processi amministrativi?
Del resto se non “ti digitalizzi”, sei arretrato.
Vuoi davvero restare nel mondo di Industry 3.0/2.0/1.0?

Dopo la scoperta della radioattività (1898, Marie e Pierre Curie) nacquero prodotti “miracolosi” che usavano elementi radioattivi:
Se si passasse con un contatore Geiger sopra una tomba di una delle “Ragazze Radioattive”, i livelli di radiazione sarebbero ancora così alti che farebbero saltare gli aghi sulla scala quasi 90 anni più tardi. La storia dei prodotti radioattivi che conquistarono il mercato durante gli anni ’20 è curiosa e assurda, ma non sono in molti a conoscerla, oscurata da un’informazione che, oggi, non tratta più il caso.
Tutto comincia nel New Jersey qualche anno dopo le scoperte dei coniugi Curie riguardanti la radioattività, poco prima degli anni ’20. Una fabbrica locale è dedita alla pittura dei quadranti degli “orologi luminosi”, l’ultimo gadget dell’esercito statunitense che utilizzava una vernice radioattiva che si illuminava di notte. Le ragazze che pitturavano i quadranti guadagnavano 0,27 dollari a pezzo, ed erano in grado di realizzarne circa 250 ogni giorno, con un guadagno, per l’epoca, da dirigente di fabbrica. Tra il 1917 e il 1926, la U.S. Radium Corporation assunse circa 70 donne di Essex County e, nel 1927, oltre 50 di quelle donne erano morte per l’avvelenamento da vernice radioattiva che le mangiava le ossa dall’interno.

Chi volesse leggere l’intero articolo: Le “Radium Girls” e i Prodotti Radioattivi Tossici commercializzati negli Anni ’20, di Matteo Rubboli (6 ottobre 2015), lo può trovare sul sito vanillamagazine.it, corredato con tanto di foto e descrizione degli eventi.

Certo, Industry 4.0, con computer, robot e intelligenze artificiali non è paragonabile ai disastri prodotti dal radio.
Ma, rappresenta un bel caso di post-verità.
La post-verità è una condizione secondo qui, in una discussione relativa a un fatto o a una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza.
Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti reali (Wikipedia).

Non sono certo contro l’evoluzione tecnologica, inevitabile e anche auspicabile, tuttavia il clamore suscitato da Industry 4.0 può nascondere errori di ragionamento, aspettative non realistiche e fantasie varie, che poi si traducono in comportamenti sbagliati con effetti opposti rispetto a quelli attesi.
Così un eccesso di tecnologia o d’investimenti, può creare una maggiore inefficienza, generare costi più alti e rappresentare un vincolo che non consente di raggiungere gli obiettivi che hanno determinato la decisione di investire.
Sono, in altre parole, frutto di decisioni incaute o miopi, risultato di un’incorretta definizione del problema o di un’assenza di visione strategica, a volte stimolate dalla fiatata alcolica di Superciuk… che genera uno stato di ebbrezza e confusione mentale.

Un’ottima ragione per investire potrebbe essere l’acquisizione di una nuova tecnologia che l’azienda non ha.
L’investimento potrebbe aprire così nuove prospettive di business ed è proprio in questo caso che emerge la capacità di visione tipica dell’imprenditore che vede una possibilità di sviluppo che ancora non è nei numeri, ma il risultato di un’intuizione e di un’opportunità.
Egli vede oltre e immagina possibilità ancora inespresse.
Un caso d’investimento opportuno.

Tuttavia, ci sono altre condizioni in cui un acquisto in macchinari potrebbe non produrre benefici.
Tra questi ci sono alcuni investimenti in impianti e macchine giustificate come aumento di capacità produttiva.
In molti casi, un’attenta analisi del parco macchine esistente evidenzia un basso utilizzo degli impianti stessi. Così, invece di lavorare per aumentare l’efficienza, si bypassa il problema con il raddoppio dell’impianto, non risolvendo le varie inefficienze che colpiranno anche l’impianto nuovo; inefficienze causate dal sistema.
Scarsa cura e mancanza di manutenzione portano molte macchine alla distruzione, non causata dal carico di lavoro ma da incuria.
In questi casi si può osservare una rilevante riduzione della vita utile dell’impianto che ne determina, appunto, la sostituzione.
Invece di sostituire l’impianto sarebbe forse più saggio rimuovere le cause che ne abbassano il rendimento.

A volte la ragione d’investimento è determinata dall’estensione del parco macchine esistente con linee dello stesso tipo definite più “performanti”, cioè più veloci.
Un’analisi attenta delle necessità produttive porterebbe a pensare che invece di tempi ciclo ridotti, sarebbe auspicabile ricercare una maggiore flessibilità.
Le varianti di prodotto, in quasi tutti i settori, stanno crescendo in modo esponenziale (customizzazione di massa), con la conseguenza che, a volumi uguali o in crescita limitata, il numero di articoli ha subito e subirà un’estensione senza uguali.
L’idea delle economie di scala, che forse andava bene per i mercati di grandi numeri del ventesimo secolo, continua a essere un paradigma errato che porta a decisioni di investimento sbagliate.
Flessibilità e capacità di rispondere rapidamente non hanno nulla a che fare con il tempo ciclo della singola operazione ma dipendono dalla struttura operativa e dall’organizzazione dei flussi all’interno dei reparti (e anche degli uffici) e/o dell’intera supply chain.
Inoltre la decisione di investire nelle stesse tecnologie implica una visione da parte del decisore che immagina il futuro come una proiezione lineare del presente: maggiore quantità di prodotti dello stesso tipo.
Considerazione un po’ azzardata alla luce di tutti i cambiamenti che si stanno verificando (anche nelle preferenze dei clienti) e che non considera percorsi alternativi.

Considerazioni da super-ammortamento a parte, le scelte d’investimento hanno un impatto diretto e profondo sull’azienda almeno per tre ordini di motivi.
Primo: i costi di ammortamento rischiano di mettere l’azienda fuori mercato, soprattutto in settori definiti “maturi”, costringendo poi a politiche di prezzi bassi deleterie per la profittabilità dell’impresa che si trova, per giustificare l’investimento e far funzionare il costoso gadget tecnologico, ad abbassare i prezzi.
Il rischio è avere aziende ultra attrezzate che poi faranno ricorso alla cassa integrazione o alla mobilità per far quadrare i conti e ridurre i costi (sig!).
Secondo: una volta che il costoso macchinario è stato acquistato, si farà di tutto per utilizzarlo, anche se le condizioni sono cambiate, creando così di fatto un vincolo permanente e pesante.
Terzo: una decisione d’investimento, a maggior ragione quando le cifre coinvolte sono dell’ordine dei milioni di euro, dovrebbe prescindere da ragioni finanziarie ed essere determinata da considerazioni strategiche o “intuizioni” sull’evoluzione del mercato e più in generale sulla strategia dell’impresa.
Comprare una macchina o un impianto solo perché c’è il super-ammortamento, mi sembra francamente incomprensibile dato le potenziali conseguenze negative.
Quella decisione rischia così di creare un percorso obbligato negli anni futuri che sarà difficile cambiare.

Con Industry 4.0 si vuole spingere verso la digitalizzazione o informatizzazione delle imprese per renderle più competitive (sic!); ma cosa vuol dire esattamente digitalizzare?
E cosa vogliamo automatizzare?
Processi inadeguati e procedure difettose?
Vecchi sistemi manuali e/o cartacei e renderli automatici?
Digitalizzare le inefficienze?
Non sono chiari né l’obiettivo, né i problemi veri, che s’intendono risolvere e senza questa chiarezza non vi è investimento che possa produrre un ritorno
Già ecco un altro termine interessante: “ritorno”.
Quale sarà il ritorno di certi investimenti? Oppure al super-ammortamento non si applica il calcolo del ROI?

Per queste ragioni e altre che ho già esposto:
Sono convinto che la vera rivoluzione avverrà con INDUSTRY 5.0 e cioè quando la parte socio di sistema socio-tecnico dispiegherà la sua forza dirompente e dimostrerà quanto invincibile sia costruire un’organizzazione dove persone, sistemi, processi, tecnologie e leadership lavorano insieme in modo nuovo e originale.
(INDUSTRY 5.0 e oltre…, post del 9 ottobre 2016)

Perché, in verità, un omino da qualche parte ci deve pur essere – per fortuna – e bisogna farsene una ragione…
Yabba-Dabba-Doo!!!
(Yabba-Dabba-Doo! Da Bedrock a Industry 4.0…, post del 19 novembre 2017)

Non riesco a vedere tutta questa rivoluzione in una bella storia (poco credibile), che ci viene continuamente propinata: Industry 4.0.
Ne parleremo estesamente, con ospiti autorevoli, nel corso dell’evento del 14 dicembre, Business 4.0 Reloaded.

Come nel caso del vino o degli alcolici, è necessario praticare la moderazione, così dovrebbe essere per gli investimenti anche se “super-ammortizzati”.
Senza un’idea di business o una strategia, anche un bel robot antropomorfo è solo un pezzo di metallo e fili, che magari è bello far vedere ma che non riempie il vuoto d’idee o di mancanza di visione.

Usare le nuove tecnologie per fare business nel vecchio modo potrebbe non essere così vincente.
Superciuk è sempre in agguato … attenzione alla sua fiatata alcolica (ebbrezza e confusione mentale), nelle sue varie forme e incarnazioni.

Buon “super-ammortamento” a tutti … ma senza esagerare allora!

Design a better world …
Buona settimana
Massimo

 

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