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Design: Degradazione analitica e bassa definizione.

By 1 Dicembre 2020 No Comments

Questa settimana ospitiamo, con molto piacere, un contributo di Lorenzo Olivetto, product design engineer. Un mio commento alla fine del ‘pezzo’.
Buona lettura

Quali sono gli effetti che questo distaccamento sociale porterà nel mondo del design? E come questi effetti influenzeranno il comportamento delle persone? 
Sono domande curiose che mi ronzano in testa da quando la pandemia ha stravolto il nostro mondo e alle quali sto cercando di dare una risposta formulando diverse ipotesi in base alle discussioni e alle mie esperienze pregresse. 

Il design è un atto di estrema naturalezza riconoscibile ovunque ci sia della passione e un pensiero fuori dagli schemi volto a raggiungere una sintesi concreta e, per essere autentico, deve rimanere quasi invisibile ma fortemente percepibile. E’ semplificazione innanzitutto! 
Dieter Rams, famoso designer della Braun, sosteneva il noto “Less but better”, un approccio da portare con se non solo quando si parla di design ma anche in generale nella vita.

Percepisco il fare design come un viaggio ogni volta diverso, ogni volta con un biglietto di sola andata verso una meta con diverse tappe; è un’immersione in contesti ricchi di informazioni; è la ricerca spasmodica dell’equilibrio perfetto nello stare con una gamba su una trave a doppia T e con l’altra su un tappeto volante; è onestà e innovazione ma soprattutto è ricerca e studio. 
Queste due ultime parole – ricerca e studio – sono fondamentali per creare le connessioni cerebrali giuste ed avviare il processo di creazione dell’innovazione, che non deve per forza essere dirompente e stravolgere completamente le nostre vite ma deve essere percepibile, utile e duraturo nel tempo. 
Per avviare questo processo oggi giorno possiamo fare ricerche incredibili con Internet, arrivare in luoghi sperduti, nutrirci di informazioni che solo 30 anni fa ci sognavamo, parlare con il CEO di una startup nata 2 gg fa in Silicon Valley e nello stesso momento essere in chat con il nostro team di lavoro, ma tutto questo non basta per creare un Buon Design. 
Il Buon Design si crea con l’essere nel problema, non solo mentalmente ma anche fisicamente, significa spostarsi, essere a contatto con gli utilizzatori principali, toccare, provare, gustare e sentire le emozioni che quei determinati prodotti o servizi provocano nelle persone, essere in empatia e pienamente in sintonia con il contesto, provare a formulare ipotesi, fallire e riprovare nuovamente per fallire un’altra volta. 
Bisogna essere attivi e procacciatori delle informazioni ad alta definizione, quelle di cui noi, esseri analogici per natura, ci nutriamo e utilizziamo per formare il nostro IO e auto-determinarci nella società. 
Con alta definizione intendo un’esperienza immersiva: il designer deve interagire come l’utilizzatore primario e l’utilizzatore primario deve pensare come il designer. Tutto questo, nel mio campo, fino a qualche mese fa, era la prassi o comunque era una libertà talmente scontata da non farci poi più tanto caso e che ci portava a pensare di quanto fosse bello poter fare il proprio lavoro “senza” limitazioni. 

Oggi stiamo vivendo una sorta di medioevo digitale, circondati da finestre illuminate da led che ci portano immaginariamente verso un mondo esterno e che ci illudono ogni volta di poter essere dei veri innovatori visionari ma che in realtà ci portano ad essere sempre più stilisti e meno problem solver. 
Questa occlusione forzata non fa nient’altro che impoverire le relazioni, diminuendo le possibilità di trovare spunti e intuizioni nel mondo reale, di vivere realtà nuove e di poter trovare ispirazione liberando la mente. 

Ci sono aziende che credono fermamente nel binomio libertà-creatività come metodo infallibile per creare innovazione e snocciolare scenari creativi unici. 
La più rappresentativa di queste realtà, che ho potuto conoscere a fondo attraverso la lettura del libro di Reed Hastings, è Netflix. 
In Netflix l’unica regola è che non ci sono regole, molto è affidato al senso di responsabilità del dipendente nel gestirsi ferie illimitate e budget di spesa senza approvazione. I controlli sono minimi e la trasparenza quasi totale, tutto questo per portare il dipendente a essere mentalmente libero e predisposto a garantire sempre il massimo della performance artistica e creativa. 
Condivido molto questo pensiero perché la maggior parte degli stimoli creativi arrivano quando meno te lo aspetti, arrivano dopo un viaggio, dopo aver visitato una mostra, dopo aver gustato un sapore o un odore nuovo, mentre vivi un’esperienza emozionante o dopo aver parlato con una persona estremamente interessante che ti ha lanciato un input golosissimo. Sono un fautore del prendere la vita con il giusto peso facendo il più possibile tesoro di ciò che vivo e di ciò che apprendo, ma, credo, che solo nell’esperienza diretta e nell’interazione a 360 gradi si possano avere i risultati migliori e cerco sempre di poter essere circondato dal contesto di riferimento. 
Questo è per me vivere il Design.
Dopo aver descritto la situazione attuale e aver tentato di mostrare come funziona questo mondo magico del design, vorrei provare a formulare delle ipotesi su quello che sarà l’effetto di questo lockdown forzato sugli oggetti/servizi del mondo futuro e come le persone reagiranno ad essi.

1° Ipotesi (Scenario DRASTICO)
Appiattimento culturale.
La scarsa qualità delle informazioni, delle analisi e del tempo impiegato per lo sviluppo di prodotti servizi porterà le aziende a creare beni con un carente se non nullo valore aggiunto in termini di innovazione. 
Per coprire queste grandi lacune progettuali le forme e l’abbellimento estetico diventeranno sempre più invasivi e prorompenti distorcendo l’attenzione del consumatore su aspetti effimeri e inducendo un consumismo incentrato solo ed esclusivamente sul livello viscerale (acquisto di pancia). 
Il design verrà sempre più concepito dalla massa come un apporto in termini di estetica e di stile, impoverendo il significato profondo del termine e creando dei buchi culturali nella società che diventerà sempre meno critica e più superficiale.

2° Ipotesi (Scenario OTTIMISTA)
Rinascimento 2.0
Se come dice qualcuno la storia si ripete e da una grande crisi nascono sempre grandi opportunità, si potrà assistere ad una sorta di rinascimento 2.0 dove le problematiche derivanti dal distaccamento sociale porteranno ad un risveglio delle persone. 
Il tempo passato tra le mura domestiche servirà a noi designer per riflettere sullo status quo e instaurare una sorta di ribellione pacifica a favore di un design più onesto e meno figlio di un’epoca a tratti fallimentare. Un’epoca improntata sul consumismo spasmodico di prodotti e servizi molto spesso carichi di stile ma poveri di essenza e destinati quindi ad una obsolescenza programmata sempre al ribasso. 
Questo movimento stimolato dall’esigenza di riemergere per respirare aria nuova creerà una sorta di distacco dall’approccio ‘markettaro’ del design e favorirà invece un approccio più oculato e figlio di una nuova coscienza collettiva, non più orientata sulla quantità a scadenza breve ma sul significato di una qualità destinata a durare nel tempo.

Al di là di queste congetture che per ora sono solo ipotesi, spero che tutto il loop composto da designer – aziende – consumatori evolva verso un qualcosa di nuovo, un qualcosa che possa gradualmente traghettare il pensiero collettivo ad un approccio “Less but better”.
Credo fermamente che tutti siamo designer almeno una volta nella vita, c’è chi poi ci prende gusto.

Buona settimana
Lorenzo 

Appiattimento culturale o Rinascimento 2.0? Effimero o duraturo? Superficiale o profondo? Quantità o qualità? Opposti che si annullano e che si mischiano creando una sorta di nebbia, come una foto sgranata o a bassa definizione per dirla con Lorenzo.
Steve Jobs in una famosa intervista del 1997 su Wired disse: 
Design è una parola buffa. Alcuni pensano che corrisponda all’aspetto di qualcosa. Ovviamente però, se scavi più a fondo, in realtà equivale a come funziona. Il design di Mac non era il suo aspetto, pur essendone una componente. Principalmente, era il suo funzionamento. Per realizzare un ottimo design di una cosa, devi capirla. Devi cogliere appieno ciò di cui si tratta. Ci vuole un impegno appassionato per capire davvero a fondo qualcosa, masticarla, non limitarsi a inghiottirla di botto. La maggior parte delle persone non si prende il tempo per fare questa cosa.
Fare del buon design vuol dire ‘capire’.  Come ben sanno anche gli inventori e quelli che fanno innovazione vera (cioè quella che migliora le cose), per capire bisogna stare sul e nel campo e rapportarsi con gli ‘utenti’ (le persone). 
E campo e persone non sono digitali ma analogiche. E per fortuna!

Buona settimana e fate del buon design.
Massimo

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